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Evoluzione della Bonifica

Con il termine di bonifica si vuole tradizionalmente indicare quel complesso di interventi di programmazione, progettazione, esecuzione, esercizio e manutenzione di opere teso a conservare territori un tempo acquitrinosi, paludosi o comunque inidonei allo scolo naturale delle acque meteoriche eccedenti, ovvero bisognosi di irrigazione, o, in via generale, di sistemazione idrogeologica, ed a mantenerli suscettibili di essere produttivi a fini agricoli ed utilizzabili ad altri fini civilmente, economicamente e socialmente rilevanti.

Alla più recente formulazione della nozione di bonifica – intesa come attività volta non solo al raggiungimento dei tradizionali obiettivi di salvaguardia e di valorizzazione della produzione agricola di determinati ambiti territoriali, ma anche al perseguimento delle più ampie finalità di difesa del suolo, qualunque ne sia la sua destinazione d’uso, di razionale utilizzazione e tutela dei beni naturali, in primo luogo delle risorse idriche – si è infatti pervenuti attraverso un graduale processo di modificazione e di trasformazione, da un lato, e di progressivo ampliamento, dall’altro, del nucleo originario; processo questo intimamente connesso ai fenomeni di industrializzazione, di urbanizzazione, e di infrastrutturazione dell’intero territorio, nonché alle problematiche di scarsità e di degrado delle risorse naturali.


Dall’antichità a metà ottocento

In Italia la bonifica dei territori ha avuto una ampia evoluzione storica fin dai secoli passati, anzi fin dalla comparsa dell’uomo sul pianeta, posto che due furono fin dall’inizio le esigenze primarie ed essenziali: una casa, cioè un ambiente, un territorio (ecosistema) per vivere ed il cibo per nutrirsi.

Dagli Etruschi ai Romani, grandi costruttori di opere di bonifica (acquedotti, canali, reti di fognature, ponti ecc.) che furono i primi ad affrontare o tentare di affrontare organicamente la redenzione di vaste plaghe della penisola (ricordiamo Giulio Cesare che intraprese il prosciugamento delle paludi laziali) con riguardo soprattutto alle aree di pianura atte sia agli insediamenti sia alle coltivazioni.
Attraverso la colonizzazione, con l’insediamento dei “coloni”, della pianura padana intrapresa da Paolo Emilio Lepido, il costruttore della “via Emilia” che da Rimini giunge a Piacenza inizia in Italia la vera e propria epopea della bonifica.

A partire dal secolo IX a cura delle maggiori abbazie che avevano giurisdizione sui vari territori venne avviato un grandioso movimento culminato con nuove importanti iniziative ed opere volte allo sviluppo sia della regimazione idraulica che dell’agricoltura italiana ed europea (Sec. XII), opere realizzate in particolare dai monaci benedettini.

Questa azione fu colta e disciplinata dai liberi comuni italiani che nei loro statuti previdero l’istituzione di appositi uffici pubblici per disciplinare lo scolo delle acque dai terreni, per difendere i centri abitati dalle esondazione di fiumi, contemporaneamente emanando severe norme di polizia.

Durante il periodo rinascimentale la genialità di Leonardo da Vinci apporta fondamentali contributi al perfezionamento ed innovazioni delle tecniche idrauliche ed irrigatorie.

Anche le Signorie nel corso del XV e XVI secolo proseguirono l’attività di bonificazione di ampi territori deviando fiumi e costruendo importanti canalizzazioni ed altre opere di sistemazione idraulica.
Papi, principi nel corso dei secoli diedero impulso e sviluppo alla bonificazione di vaste aree cui fece seguito la messa a coltura delle terre per lo sviluppo produttivo agricolo.


Nella seconda metà dell'Ottocento, l’avvento della macchina idrovora consentì di risolvere radicalmente il problema dello scolo delle acque in aree a quote depresse rispetto ai corpi recettori.

Al momento dell’unificazione d’Italia e dell’estensione a tutto il regno dell’uniforme legislazione di ceppo piemontese, la bonifica come settore autonomo, non fu presa in considerazione; ci si limitò a porre a carico dei proprietari i lavori di scolo artificiale e di bonifica dei terreni secondo la disciplina prevista dalla legislazione nei diversi Stati italiani.

Il codice civile nel 1865 dispose che, ad iniziativa dei proprietari interessati alla derivazione ed all’uso di acque o alla bonifica od al prosciugamento dei terreni, potessero essere costituiti “consorzi”.

L’istituzione di tali enti, di natura privatistica, poteva essere ordinata dall’autorità a domanda della maggioranza degli interessati, ed imposta quindi agli altri proprietari in presenza di gravi rischi idraulici. In questo periodo i consorzi, che assunsero svariate forme organizzative e denominazioni diverse, erano dotati di potestà di autogoverno ed erano pressoché autonomi da ingerenze dell’autorità pubblica.


La nascita del Consorzio di Piacenza

Una relazione pubblicata a Milano sempre nel 1865 dal titolo “Sulle Bonificazioni. Risaie ed Irrigazioni del Regno d’Italia” riferendosi alla provincia di Piacenza, rilevava la presenza di terreni paludosi ed acquitrinosi la cui giacitura, a quota inferiore al livello di piena del fiume Po, determinava frequenti allagamenti. In particolare il territorio ubicato nei comuni di Sarmato, Fontana Pradosa e Castel San Giovanni ed esteso per circa 1200 ettari, idrograficamente risultava percorso da sei rii e da numerosi colatori secondari, le cui acque, nei periodi di piena del Po, non potendo defluire nel recipiente naturale, si espandevano nelle campagne e negli abitati dove ristagnavano per tutto il periodo corrispondente alla durata della piena del fiume.

Indagini successive portarono ad un più puntuale accertamento della situazione ed a ricomprendere quasi per intero la pianura piacentina in tre distinti comprensori idraulici.

Il primo costituito dai territori ubicati tra il Rio Carona ed il torrente Trebbia (Primo Comprensorio Po); il secondo, dalla zona più depressa della pianura posta tra il Trebbia ed il torrente Nure (Bonifica Urbana e Suburbana di Piacenza); il terzo, costituito dal territorio racchiuso tra il Nure e l’Ongina (Bonifica del Basso Piacentino).

Il Consorzio del “Primo Circondario del Po” venne costituito nell’anno 1869 con il compito di provvedere alla difesa delle arginature.

Negli anni seguenti l’aumento della popolazione, le miserevoli condizioni di vita di gran parte di essa, la necessità di creare occasioni di lavoro, provocarono una forte domanda di terra che portò lo Stato ad intervenire per favorire la bonifica dei terreni paludosi, di acquitrini e di plaghe improduttive dal punto di vista agrario. Il concorso economico dello Stato nell’esecuzione delle opere favorì la bonificazione di vasti territori. Si succedettero pertanto numerosi provvedimenti che ebbero però ad oggetto esclusivamente la bonifica di singole ed individuate zone.

Soltanto nel 1882 si giunse alla prima legge sulla bonifica di carattere generale, nota come legge Baccarini: “Norme per la bonificazione delle paludi e dei terreni paludosi”, che affrontò il problema prevalentemente in una visione di sistemazione idraulica e per un fine prevalentemente igienico anche se non disgiunto da scopi agricoli. Questo provvedimento non conteneva una disciplina sull’ordinamento e l’istituzione dei consorzi, ma la loro veste giuridica fu caratterizzata da elementi pubblicistici. I contributi di bonifica assunsero poi natura di tributi.


Dai primi del 1900 ai giorni nostri

Agli inizi del nuovo secolo il Consorzio del Primo Circondario del Po venne trasformato in Consorzio di Bonifica, consentendo allo stesso la possibilità di assumere in concessione l’esecuzione delle opere necessarie alla regimazione idraulica del territorio.

Le opere progettate e completate nel 1924 con una spesa di oltre 5 milioni di lire, vennero classificate di bonifica e consistettero nella apertura di un cavo collettore delle acque alte, nella costruzione di un collettore delle acque basse destinate a raccogliere le acque che prima defluivano alle diverse chiaviche, ad unificare i diversi bacini e ad addurre le acque piovane, sorgive e di infiltrazione ad un unico bacino di raccolta e nella realizzazione di un impianto idrovoro (Casino Boschi) in grado, durante il periodo di chiusura delle chiaviche, di sollevare e di far defluire le acque in Po, oltre l’argine maestro, qualunque fosse il livello del fiume.

Con R.D. 24 febbraio 1938 il Consorzio di Bonifica del Primo Circondario del Po venne soppresso e le sue funzioni trasferite al Consorzio della Val Tidone, nel cui comprensorio fu incluso il territorio oggetto degli interventi descritti. Il Consorzio fu riconosciuto di bonifica con D.M. 9 febbraio 1934 con la denominazione di Consorzio di Bonifica della Val Tidone.

Il territorio racchiuso tra i torrenti Trebbia e Nure ed il fiume Po, esteso per oltre 3600 ettari, comprendente il nucleo urbano della città di Piacenza venne classificato di bonifica di prima categoria con R.D. 11 marzo 1929 e suddiviso in due distinti bacini. La realizzazione delle opere contemplate dall’apposito piano generale di bonifica, venna affidata al Comune di Piacenza che nell’anno 1937 provvide alla costituzione di un “ufficio speciale” per la gestione tecnico-amministrativa degli interventi. Il piano generale di bonifica prevedeva la costruzione di una rete di canali di scolo, in parte coincidenti con gli esistenti rivi, idonea a raccogliere le acque superficiali del comprensorio ed a convogliarle a due distinti impianti idrovori in grado di recapitarle in Po (Finarda) e nel Torrente Nure (Armalunga). La difesa dalle acque provenienti dai terreni ubicati a monte,veniva assicurata mediante la realizzazione di due canali diversivi, attraverso i quali, per caduta naturale, le acque venivano fatte defluire nel torrente Trebbia (Diversivo di Ovest) e nel Nure (Diversivo di Est)

Negli anni 1886 e 1888 il Ministero dell’Agricoltura presentava al Parlamento due distinte relazioni riguardanti l’irrigazione dei territori della regione emilia-romagnola, attraverso la costruzione di serbatoi nelle valli appenniniche.

Negli anni successivi, negli anni 1912 e 1914 l’iniziativa venne ripresa e condusse alla formale richiesta della derivazione ad uso irriguo, all’approvazione del progetto di massima, ed alla emanazione del relativo decreto luogotenziale di concessione. Il Consorzio Val Tidone fu riconosciuto di bonifica con D.M. 9 febbraio 1934.

Il territorio di pianura, esteso per 28.500 ettari, unicato poco a alle di Rivergaro, si apre a ventaglio sia in destra che in sinistra del torrente Trebbia fino a raggiungere la sponda destra del Po, tra Sarmato ed il Nure, ed è stato sede di una diffusa pratica irrigua sin dai primi secoli scorsi. La derivazione dal Trebbia, della portata massima di 60 moduli, attraverso una galleria drenante ed opere di presa di carattere precario realizzate nel greto del torrente, alimentava tre canali adduttori (sino a qualche decennio fa destinati a sopperire anche alle esigenze della industria molitoria), due dei quali si estendono in destra del corso d’acqua ed il terzo in sinistra. Dai canali adduttori l’acqua defluiva sino ad appositi manufatti ripartitori, dai quali si diramavano 44 canali derivatori, di cui 29 nel territorio in destra del torrente Trebbia e 15 in sinistra. La distribuzione irrigua avveniva con l’osservanza di turni della durata di 14 giorni ciascuno, nel periodo compreso tra il 25 marzo ed il 21 settembre.

L’irrigazione nel territorio più orientale della provincia di Piacenza, esteso per circa 15.000 ettari, è stata praticata, nei tempi meno prossimi, con derivazioni dal torrente Arda e dal torrente Chiavenna, utilizzando il deflusso idrico dei bacini imbriferi montani, peraltro scarso, e delle sorgenti naturali degli alvei torrentizi. Allo scopo di assicurare la pratica irrigua e , soprattutto, garantirne la continuità, nel 1919, venne promossa l’iniziativa di realizzare nell’alta Val d’Arda, in località Mignano, una diga a gravità, con capacità di circa 14 milioni di metri cubi. All’epoca era previsto che la distribuzione idrica nel territorio interessato avvenisse attraverso la rete dei colatori realizzata all’epoca degli stati ducali. Il Consorzio, costituito con provvedimento in data 10 aprile 1919, come ente irriguo, venne riconosciuto di bonifica con D.M. 19 febbraio 1934 e denominato Consorzio di Bonifica Val d’Arda.

Il territorio invece situato tra i torrenti Nure ed Ongina, esteso per oltre 20.000 ettari, presentava anch’esso un sistema idraulico non in grado di assicurare un regolare deflusso delle acque superficiali. Le opere, realizzate sostanzialmente nella seconda metà del secolo scorso, risultavano gestite, nei primi decenni del novecento, da diciotto distinti consorzi idraulici. Allo scopo di conferire un assetto organico al governo della rete scolante, nel 1930, con il R.D. 22 agosto n. 3196, registrato alla Corte dei Conti il 5 febbraio 1931 al reg. 10 fg. 262, dopo che la classifica del perimetro di bonifica di prima categoria era stata dichiarata con il decreto del 21 febbraio 1930, n. 237. Il Consorzio degli anni ’30 ha fuso in sé 18 Consorzi Idraulici preesistenti (Valle Valletta, Gambiara Canalina, Cavo Scovalasino Basso, La Canala, Dolzana, Cavo Arbanzone, Cavo Veggiola, Maffi e Malaspina, Cavo Cantone, Rivo Bracciforte, Fontana Bassa, Scovalassino Alto, Cavo Valle, Cavo Rodella, Avalle Budello, Castellazzo d'Esenzone, Fontana Alta, Canalone ed Influenti, San Giorgio Lucchetta). Il comprensorio del Consorzio si sviluppava interamente nella pianura della provincia di Piacenza su una superficie territoriale di 20.507 ha (Comuni di: Alseno, Besenzone, Cadeo, Caorso, Castelvetro Piacentino, Cortemaggiore, Fiorenzuola d'Arda, Monticelli d'Ongina, Pontenure, San Pietro in Cerro, Villanova d'Arda). Il territorio del Consorzio era delimitato: a nord dalla arginatura di 2 categoria di Po fra il torrente Nure ed il torrente Ongina; a sud dalla ferrovia Piacenza-Bologna e dalla linea di confine con il comprensorio di bonifica della Val d'Arda; ad est dal torrente Ongina, dalla arginatura di Po al confine fra i Comuni di Besenzone e Alseno e ad ovest dal torrente Nure, dalla arginatura di 2 categoria di Po alla Ferrovia Piacenza-Bologna. Il territorio del Consorzio di Bonifica del Basso Piacentino era diviso in quattro bacini:

  • Bacino Nure-Riglio: confini: a nord l'arginatura di 2 categoria di Po fra il torrente Nure ed il torrente Chiavenna, ad est il torrente Riglio, a sud la ferrovia Piacenza-Bologna, ad ovest il torrente Nure; superficie: Comuni di: Caorso, Pontenure.
  • Bacino Riglio-Chiavenna: confini: a nord i torrenti Riglio e Chiavenna, ad est il torrente Chiavenna, a sud la linea di confine con il comprensorio del Consorzio di Bonifica della Val d'Arda, ad ovest il torrente Riglio; superficie: Comuni di Caorso, Cortemaggiore, Cadeo.
  • Bacino Chiavenna-Arda: confini: a nord l'arginatura di 2 categoria di Po fra il torrente Chiavenna ed il torrente Arda, ad est il torrente Arda, a sud la linea di confine con il comprensorio del Consorzio di Bonifica della Val d'Arda, ad ovest il torrente Chiavenna; superficie: Comuni di: Monticelli d'Ongina, Castelvetro Piacentino, Villanova d'Arda, Caorso, San Pietro in Cerro, Cortemaggiore.

Bacino Arda-Ongina: confini: a nord l'arginatura di 2 categoria di Po fra il torrente Arda ed il torrente Ongina, ad est il torrente Ongina, a sud la linea di confine con il comprensorio del Consorzio di Bonifica della Val d'Arda, ad ovest il torrente Arda; superficie: Comuni di: Villanova d'Arda, Cortemaggiore, Besenzone, Fiorenzuola d'Arda, Alseno.

Si provvide alla fusione dei consorzi idraulici in un unico Ente denominato “Consorzio di Bonifica Basso Piacentino”. Il reticolo idraulico – quasi per intero a gravità ed unicamente per poco più di 500 ettari soggetto a sollevamento meccanico alternato – risultava condizionato sia dalla altimetria dei terreni, sia dalle quote di piena dei fiumi e dei torrenti nei quali le acque superficiali venivano addotte.

L'attività del Consorzio consisteva nel predisporre e coordinare un programma organico di interventi idraulici, resi necessari dal grave disordine della rete di scolo esistente, e dalla particolare configurazione fisica del comprensorio, che essendo posto al di sotto del livello del Po presentava gravi problemi di scolo di acque. Il progetto generale di bonifica redatto nei primi anni Trenta prevedeva la realizzazione di due grandi impianti idrovori: quello di Zerbio e quello di Ronchi di Soarza.

In un secondo tempo, dopo la grave siccità degli anni ’50, il Consorzio elaborò un piano generale d’irrigazione (1952-1953) per l’attrezzamento irriguo di una parte del territorio di estensione pari a circa 7.000 ha, utilizzando il reticolo idraulico di scolo, regolandolo artificialmente con un sistema di impianti di sollevamento e paratoie meccaniche che assicurassero il livello delle acque irrigue.

Nella montagna piacentina fu attiva l’”Azienda speciale delle proprietà collettive piacentine”, classificata nel 1931 “bacino montano”, e per tutta la sua estensione, unicamente negli anni ’60, vennero assunti diversi provvedimenti organici di interventi che investirono il territorio compreso nel medio ed alto bacino del torrente Trebbia e dell’Aveto. Nel 1961 furono costituiti i consorzi di bonifica montana del Trebbia, operante in una piccola area della provincia di Pavia (comune di Brallo di Pregola) e del Nure-Arda-Chero.

Successivamente con D.P.R. 28 gennaio 1972, i due enti vennero fusi nel Consorzio di bonifica montana dell’Appennino Piacentino, il cui comprensorio – vasto ha 98.460 – si estendeva all’intero territorio montano della provincia. Già a quell’epoca era stato provveduto alla sistemazione di sette corsi d’acqua, alla realizzazione di strade di bonifica per Km. 146, acquedotti per Km. 238, elettrodotti per km. 124, rimboschimenti su di un’area di ha. 257, nonchè all’esecuzione di altre opere di carattere sociale.

La costituzione di consorzi di bonifica e gli interventi promossi, condussero ad una ulteriore articolazione territoriale, conservatasi, sostanzialmente, sino agli anni ’80 del secolo scorso.

Il Consorzio di Bonifica Bacini Tidone-Trebbia, subentrato nelle funzioni e nei compiti dei presistenti enti di bonifica e di irrigazione operanti nel territorio dei bacini idrografici del Torrente Trebbia e del Torrente Tidone, è stato istituito con deliberazione del Consiglio Regionale Emilia Romagna n. 1658 del 12 Novembre 1987.

Il Consorzio Bacini Piacentini di Levante, risultato dall’accorpamento di tre comprensori a suo tempo già classificati di bonifica, quali il Consorzio Basso Piacentino, il Val d’Arda e la Bonifica Montana dell’Appennino Piacentino, consorzi operanti nel territorio dei bacini idrografici del Torrente Arda, del Torrente Nure ,del Torrente Chiavenna, nonché del fiume Po, oltre ad un’area di nuova classifica, è stato istituito con deliberazione del Consiglio Regionale Emilia Romagna n. 1659 del 12 Novembre 1987, in seguito al riordino territoriale dei comprensori di bonifica previsto dalla L.R. n. 42 del 2 agosto 1984 e sue successive modificazioni ed integrazioni.

La Legge della Regione Emilia-Romagna 24 aprile 2009, n. 5 di ridelimitazione dei comprensori di bonifica e riordino dei consorzi ha portato ad una loro diminuzione numerica, da 15 ad otto, pervenendo alla fusione di alcuni consorzi, delimitandoli in modo da costituire unità omogenee sotto il profilo idrografico ed idraulico. Con Deliberazione della Giunta Regionale n. 1141 del 27 luglio 2009 il Consorzio Bacini Piacentini di Levante e il Consorzio dei Bacini Tidone e Trebbia sono stati unificati nell’attuale Consorzio di Bonifica di Piacenza, giungendo quindi ad un unico Consorzio competente per l’intero ambito provinciale.

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